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I Risorgimenti Locali
Offriamo al lettore una sintetica visione delle vicende storiche che hanno caratterizzato le principali città italiane (Milano, Torino, Firenze, Roma, Napoli, Palermo), certamente non al fine di offrirne una visione completa ma quantomeno un’approssimazione agli aspetti più significativi. Inoltre, è bene precisare che la trattazione delle città obbedisce a criteri rigorosi di sintesi, ben lungi dal soddisfare la pretesa di esaustività: in particolare le complesse vicende storiche di Milano, Torino e Roma e Napoli sono state compendiate ulteriormente a causa dell’impossibilità di presentarne – per ragioni di economia testuale – un quadro completo
Roma
Dopo la gloria dei fasti antichi, Roma assumerà il ruolo di capitale dello Stato italiano: “l’idea di Roma capitale del futuro Stato nazionale e nella cornice della separazione tra Stato e Chiesa, aveva fatto presa anche tra i liberali piemontesi maggiormente coinvolti nella politica cavouriana. Sicché, quando Cavour, nel marzo del 1861, proclamò che Roma era di diritto la capitale del Regno, per le grandi ragioni morali che le conferivano una posizione unica nella storia nazionale, egli dette voce ad una convinzione ormai abbastanza diffusa anche nella classe politica piemontese che non costituiva più un atto di soggezione ideale all’ispirazione mazziniana” (Francesco Traniello).
Il confronto dello Stato italiano con l’apparato politico dello Stato pontificio segnò profondamente le vicende storiche della Roma risorgimentale. La Chiesa, protetta dalle forze militari francesi, si impegnò nella difesa delle proprie prerogative contro la forza disgregante e inarrestabile del processo di unificazione dell’Italia. Grazie alla protezione francese, infatti, la Chiesa uscì illesa dalla storica giornata dell’Aspromonte e dalla battaglia di Mentana, autentici fallimenti dell’iniziativa garibaldina. Solo dopo la disfatta di Napoleone III a Sedan, le forze militari italiane fecero il loro ingresso vittorioso dalla breccia di Porta Pia (1870). Tale vittoria fu suggellata dal plebiscito del 2 ottobre 1870, in virtù del quale Roma veniva annessa al Regno d’Italia. Sicché dopo il trasferimento della capitale da Torino a Firenze in forza della “Convenzione di settembre” (1864), Roma divenne la capitale definitiva dello Stato italiano.
All’alba del XXI secolo Roma, città capitale d’Italia e sede del Papato, guida della cattolicità e, per lo meno nelle speranze di molti, di una visione universalistica del cristianesimo (grazie alla quale il principio contemporaneo della globalizzazione e quello già ottocentesco delle nazionalità troverebbero armonia nella dimensione del dialogo e dell’anelito a quell’Assoluto che relativizza molte passioni umane senza però privarle di senso), Roma può essere di nuovo simbolo di una speranza che è del pensiero prima ancora che della politica. Il patrimonio del Risorgimento e delle sue Riforme va riscoperto anche nella dimensione del dialogo fra credenti e non credenti. Va quindi anche qui detto che il rapporto fra credenti e non credenti nel rapportarsi ai valori dell'unità politica e della patria è una storia, oltre agli studi del Gioberti e alle discussioni fra intellettuali, che si manifesta concretamente negli anni '60 e '70 del XIX secolo.
Alessandro Manzoni fu quel grande cattolico e vero credente che non obbedì al Non expedit papale (capiva bene che l’Infallibilità papale, proclamata proprio nel 1870, non riguarda tali encicliche, e difatti il papa se ne sarebbe avvalso fino ad oggi solo nel 1950, in occasione della proclamazione del dogma dell’Assunzione) ed entrò nel Senato d'Italia. Come noto sarebbe venuto poi proprio con il governo di Roma il patto Gentiloni, così chiamato dal nome del conte Vincenzo Ottorino Gentiloni (1865-1916), accordo voluto da Giolitti in occasione delle elezioni politiche italiane del 1913, che impegnava i cattolici a sostenere, nelle elezioni politiche, i candidati liberali contrari a misure anticlericali. L'esempio di Manzoni ci mostra come il vero credente, pur non dandogli il valore assoluto del "Dio Patria Famiglia" di certo clericofascismo, abbia fra i suoi valori la patria. Tuttavia, il primo periodo di vita dello Stato unitario è stato contraddistinto anche dalla confisca violenta dei beni ecclesiastici e dalla riscrittura dei manuali di storia per le scuole secondo un'ideologia spesso esasperatamente massonica, il che non rappresenta un capitolo glorioso della nostra storia intellettuale e civile.
Tutto questo infine ci invita a valutare sempre la necessità non solo politica, ma diremmo anche storico-scientifica di entrare in dialogo intellettuale con l'interlocutore ecclesiastico per la conquista di una vera identità comune di cittadini italiani.
Roma rappresenta a tal fine il contesto ideale.
 
Torino
La consacrazione di Torino a capitale del Regno determinò profonde trasformazioni culturali e politiche. Il caso di Torino è “pressoché unico in Italia per avere attraversato in successione rapida, in un modo altamente concentrato nel tempo, varie metamorfosi. Nell’arco di pochi decenni Torino si trasformò da città di corte e da città-fortezza, capitale di un Regno assolutistico, in capitale di uno Stato costituzionale e parlamentare, divenuto punto di riferimento per le energie risorgimentali, in capitale di uno Stato nazionale, in città non-capitale privata di gran parte delle funzioni di cui era organicamente investita come vecchia capitale” (Francesco Tranielllo). A Torino ebbe luogo la proclamazione dell’unità formale del Regno (17 marzo 1861), evento storico che avrebbe mutato inesorabilmente il volto del nostro paese. Tuttavia, la vocazione della città sabauda a capitale del Regno sarebbe stata infranta dal passaggio del potere a Roma. Nell’opinione pubblica, a partire dal decennio cavouriano, si diffuse l’idea di Roma capitale in seno alla prospettiva unitaria consumandosi così il dramma della città di Torino.
 
Firenze
“L’esempio di Firenze, capitale provvisoria dello Stato italiano appena nato, ci riporta a quella Firenze europea, che non ha bisogno di nessuno scettro o lustro di capitale imbellettato per essere quello che è Firenze, cioè un monumento della coscienza universale, una parte – e non secondaria – della storia dell’uomo nella difesa della sua dignità” (Giovanni Spadolini). Firenze dal 1865 al 1870 sarà la capitale del nuovo stato unitario: Palazzo Pitti ospitò la reggia; il palazzo della Signoria il Parlamento; il Palazzo Riccardi della Livia le Finanze; il convento di Santa Maria Novella i Lavori Pubblici; il convento di San Firenze l’Istruzione; il palazzo da Cepparello la Grazia e Giustizia; il palazzo Galli-Tassi l’Agricoltura; l’antica Gendarmeria di piazza San Marco la Guerra; piazza Frescobaldi il ministero della Marina. Pertanto il nuovo assetto politico del paese trasformò il volto di Firenze, l’antica culla del Rinascimento ora si ammantava della dignità di capitale del Regno.
Firenze, invero impreparata ad assumersi appieno il ruolo di capitale, accolse oltre seimila funzionari piemontesi e numerosi burocrati provenienti dal Mezzogiorno. Assistiamo così a un mescolamento di dialetti, abitudini e antichi pregiudizi: il cammino tortuoso dell’Italia verso una vita nazionale e unitaria, contro ogni forma di regionalismo o di ostracismo municipale. Infine, la scelta di trasferire la capitale a Roma comportò gravi conseguenze amministrative ed economiche per la città di Firenze, la quale si era indebitata per poter assurgere alla piena dignità che quel rango prevedeva; “ma la coscienza nazionale parve allora più forte di tutti gli orgogli municipali e di tutti i richiami dell’egoismo” (G. Spadolini).
 
Milano
Durante l’età napoleonica la città ambrosiana svolse la funzione di capitale, divenendo la sede dei ministeri e degli organi del governo centrale. In seguito al ritorno dell’Austria alla costituzione del Regno lombardo-veneto (1815) Milano perse tutti i suoi poteri e le sue prerogative di controllo che, in seguito a quella data, tornarono di esclusiva pertinenza dei dicasteri viennesi.
Nell’atmosfera di fervore rivoluzionario che animò l’intera Europa nel 1848, le Cinque giornate di Milano (in particolare) e la lotta contro l’Austria segnarono una tappa fondamentale nella lotta italiana per l’indipendenza. Invero i giorni del riscatto nazionale erano ancora lontani da una concreta realizzazione storica. Sussistevano gravi problemi di ordine ideale, soprattutto a causa della mancanza di un univoco progetto politico: le tesi unitarie si contrapponevano alle tesi federaliste, le istanze repubblicane si scontravano con le prospettive monarchiche.
“La capitale lombarda aveva indubbiamente posto nell’arco di tempo tra il 1815 e il 1819” e in occasione dei moti del 1848, “le premesse essenziali per la sua crescita del periodo seguente l’unità, che ne avrebbe fatto l’orgogliosa capitale morale dell’Italia unita, e per l’acquisizione di quella centralità nella vita economica nello Stato italiano che sarebbe apparsa evidente già nel 1881, quando i fatti ambrosiani vennero celebrati nell’Esposizione nazionale delle arti e delle industrie nella città” (Franco Della Peruta).
 
Napoli
La città partenopea tra i secoli XVIII-XIX fu protagonista di vicende storiche tormentate: dalla fallimentare istituzione della Repubblica napoletana del 1799 (cfr. l’interessante saggio di Vincenzo Cuoco, Saggio storico sulla rivoluzione napoletana del 1799) alla restaurazione borbonica. Nel 1816 Ferdinando IV promosse l’unificazione del Regno di Napoli e del Regno di Sicilia (Regno delle due Sicilie). In virtù del plebiscito del 21 ottobre 1860, il Regno delle due Sicilie fu annesso al Regno di Sardegna ma de facto il regno sopravvisse fino al 20 marzo 1861 in occasione della resa della Fortezza di Civitella del Tronto.
Napoli e più in generale il Mezzogiorno, a causa dell’avanzata sabauda e del progetto politico di unificazione dell’Italia, videro dissolversi antichi equilibri sociali, ancorché di natura parassitaria, consapevoli appieno della loro inadeguatezza sociale al nuovo assetto politico del paese. Tuttavia, tali ferite, non adombreranno mai l’importanza culturale di Napoli nel processo di arricchimento intellettuale del dialogo filosofico dell’epoca. Al lume della tradizione vichiana, la città partenopea fu fucina di nuove idee, un terreno fertile che seppe offrire alla cultura filosofica italiana frutti preziosi: Melchiorre Delfico, Francesco Mario Pagano, Vincenzo Cuoco, Pasquale Galluppi. Fulgidi esempi di intellettuali partecipi attivi degli accadimenti storici italiani e del dibattito filosofico europeo.
 
Palermo
Palermo negli ultimi decenni dell’età borbonica visse un momento di profonda crisi: modesta crescita demografica, scarsa partecipazione alle trasformazioni economiche in atto nel resto del paese, il ristagno dell’attività edilizia privata e la conseguente riduzione della possibilità di occupazione. La crisi della città fu caratterizzata soprattutto dal declino ineluttabile della sua aristocrazia e dall’incapacità della cultura parlemitana di promuovere un progetto di trasformazione della città. Il potere politico dell’aristocrazia fu indebolito ulteriormente dall’abolizione della feudalità, dalla soppressione del parlamento siciliano (1816), dall’abolizione dei diritti di primogenitura e di fidecommesso, infine dalla legge sull’assegnazione forzosa di terre ai creditori. Tali mutamenti, peraltro, incarnarono la necessità di rinnovamento, ancorché ancorata alle consuetudini della tradizione, all’interno dell’assetto socio-politico. “La crisi dell’aristocrazia era anche quella della città, che – sebbene scossa più volte da lunghi sussulti rivoluzionari – appare sostanzialmente stanca, sonnacchiosa, quasi appressa da un passato che la decadenza presente faceva apparire più glorioso di quanto spesso non fosse, irretita in una trama di abitudini e di comportamenti da cui non riusciva o forse non voleva liberarsi” (Orazio Cancila).
La situazione si aggravò notevolmente con l’unificazione italiana, che inficiò gli equilibri parassitari su cui si era retta la vita della città, danneggiando larghissimi strati della popolazione. Già prima del 1866 Palermo fu sul punto di sollevarsi contro il governo: si originò una virulenta polemica antigovernativa di repubblicani, borbonici, clericali, regionisti. L’accentramento sabaudo impedì all’aristocrazia locale di riconquistare il potere politico perduto con l’abolizione del parlamento siciliano. “La nuova realtà con cui bisognava fare i conti era assi diversa da quella sognata, per la quale si erano affrontati sacrifici e difficoltà inenarrabili, e con l’irritazione per il nuovo ordine di cose e per tutto ciò che sapesse di piemontese, si faceva strada il convincimento che l’unificazione non rappresentasse quel toccasana miracoloso che si era sperato” (Orazio Cancila).
 
Bibliografia
La stesura del presente progetto attinge preziose informazioni dai seguenti saggi: Franco Della Peruta, Milano: 1815-1859; Francesco Traniello, Torino, la metamorfosi di una capitale; Orazio Cancila, Palermo: crisi di una capitale; Giovanni Spadolini, Firenze capitale pre-unitaria; Giacomo Martina S.J., Roma capitale dello stato pontificio nel Risorgimento; Maria Battaglini, Le tre capitali dell’ex Regno di Napoli nel 1789-1799. I saggi menzionati sono contenuti in Le città capitali degli stati pre-unitari, Atti del LIII Congresso di Storia del Risorgimento italiano (Cagliari, 10-14 ottobre 1986), Istituto per la Storia del Risorgimento italiano, 1988.

Il presente progetto si propone inoltre la trattazione delle città di Genova, Venezia e Cagliari.
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